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Arts et Lettres

Quando un autore abbandona la sua lingua materna

Mis à jour : 24 Juil 2014

Le Magazine Littéraire, 14/04/2011
“Come dire?” Molto ricorrente nelle conversazioni di tutti i giorni, l’espressione assume una particolare importanza quando si riferisce a che lingua scegliere per scrivere. Chi l’ha dimostrato meglio se non Beckett, Cioran o ancora Kundera, che hanno abbandonato la loro lingua materna per esprimersi in francese?

Due testi pubblicati di recente, uno del giapponese Akira Mizubayashi, l’altro del kenyano Ngugi wa Thiong’o, completano e spiegano questa ricerca coi termini giusti.
Il francese: la “lingua venuta da fuori” dà il titolo al romanzo autobiografico di Akira Mizubayashi, pubblicato di recente da Gallimard, nella raccolta “L’Uno e l’Altro”. Ha 20 anni quando nel maggio del ’68 del calendario nipponico riconosce il conformismo di una lingua sclerotizzata come il giapponese. È in quel momento che per la prima volta sente la necessità di trovare un’altra lingua per potersi esprimere. Come i personaggi di “Cent’anni di solitudine”, che dopo aver scordato i nomi gli oggetti, si vedono costretti a dar loro altri nomi, ecco che Mizubayashi si ritrova di fronte a un’ardua impresa: dover reinventare la realtà evitando il fatto che “noi non vediamo le cose stesse, ci limitiamo «di solito» a leggere le etichette incollate su di esse”, che “la parola si insinua tra la cosa e noi” Bergson, Il Riso. Cosa c’è di più poetico se non questo compito che consiste a guardare il mondo con occhi diversi?
Non sarà tanto la lingua di Molière a rispondere alle sue esigenze, ma quella di Rousseau. L’ideale di purezza di chi ha dato alla luce “La trasparenza e l’ostacolo” allevia i mali linguistici che tanto fanno soffrire Mizubayashi, dal momento che sorregge le fondamenta del suo approccio: “rinascere in un nuovo mondo” di fronte alla “fuga del significato, alla mancanza di verità che colpisce il giapponese”. La lettura del filosofo dell’illuminismo è accompagnata dall’attrazione per il personaggio di Susanna, in “Le Nozze di Figaro”, il cui ascolto continuo convince il giovane giapponese che esiste una lingua capace di rivelare un essere in cui egli può riconoscersi, come con la musica di Mozart. Arrivato a Montpellier per terminare le sue memorie sull’autore della Nuova Eloisa, Mizubayashi seguirà l’insegnamento di Arimasa Mori, professore all’Istituto di Lingue orientali, secondo cui “le parole prodotte attraverso il francese, in francese, finiscono col diventare uguali alla cosa”.
Acquisito in età adulta e non inoculato alla nascita, il francese si puo dire la lingua “padre” dell’autore, poiché non gli è stata imposta dalla nascita, ma gli si è presentata in età adulta. Mizubayashi ci affascina con un discorso dissodato di fronzoli – un racconto in cui gli aneddoti valgono più che i lunghi discorsi astratti sulla traduzione o le differenze grammaticali tra due lingue. Ricorda la sua sorpresa quando si rese conto che l’azzurro del tailleur della sua futura sposa in giapponese si dice “kon”, e quanto fosse stato imbarazzante pronunciare un suono cosi volgare in francese! …Durante la sua formazione, Mizubayashi comincia a riconoscere le debolezze del giapponese, che troppo gentile e garbato, trasforma ogni presa di parola in un oltraggio al pudore, là dove invece il francese trasuda d’affetto.
Ormai sessantenne, Akira Mizubayashi vive oggi in Francia, convinto che il francese “permette di sopportare la vita, meglio di qualunque altra lingua”. Rimane comunque un particolare irremovibile: avendo “perduto il giapponese nella sua purezza orginale”, ma restando uno straniero in Francia, Mizubayashi non è più lui, ma non è nemmeno un altro. Per lo meno può assaporare il piacere di giocare con le rime e i suoni del francese come fossero strumenti musicali che funzionano “a piacere, a seconda delle sue emozioni quotidiane”, tenendo sempre in mente l’aria cristallina di Suzanne.
Decolonizzare lo spirito
Lo scrittore che sceglie di lasciare la lingua materna per iniziare a scrivere in una lingua straniera firma quindi due contratti: la sentenza di morte della lingua materna, da una parte, e l’atto di nascita della nuova eletta, dall’altra. Questo dualismo inevitabile è evidente nella biografia ufficiale di Milan Kundera, autore cecoslovacco condannato alla censura e costretto all’esilio: “Milan Kundera è nato in Cecoslovacchia. Nel 1975 si stabilisce in Francia”, si legge sulla maggior parte delle copertine dei suoi libri. In occasione dell’uscita di “Oeuvres” di Kundera, su La Pléiade, il giornalista letterario Philippe Lançon ha spiegato di recente a Libération che l’autore è “passato da una lingua all’altra” di fronte a un “vicolo cieco, a un ostacolo momentaneo”. Se la sua scelta del francese rivela senza dubbio una grande intimità, come nel caso di Akira Mizubayashi, la negazione del cecoslovacco ha risollevato una professione di fede politica.
È anche la tesi del kenyano Ngugi Wa Thiong’o, il cui saggio, “Decolonizzare lo spirito”, scritto in inglese nel 1986, sta per uscire per la prima volta tradotto in francese, edito da La Fabrique. Uno dei più grandi autori africani racconta il suo percorso militante per la difesa e l’illustrazione delle lingue dei popoli africani in seguito alle proclamazioni di indipendenza. Diversamente da Akira Mizubayashi, che ha effettuato un movimento in avanti decisamente ottimista, per l’autore kenyano si tratta invece di uno slancio verso il passato, che consiste a purgare lo spirito dall’imperialismo occidentale e che permette di riprendere i contatti con le multiple identità delle varie etnie.
Il percorso dell’autore è intrinseco al discorso anticoloniale: l’inglese non rappresenterà mai un dono venuto dal cielo per indicare il cammino verso il successo sociale e professionale, come lo era stato per Léopold Sédar Senghor col francese, per esempio, ma resterà sempre la lingua dell’oppressore. Per un kenyano, continuare a leggere e a scrivere in inglese significa perpetuare la schiavitù. I nostri compagni di avventura quotidiani erano “Oliver Twist e Tom Brown – invece della lepre, del leopardo o del leone –”. Questa lingua, insieme alla sua letteratura, ci allontanava giorno dopo giorno da noi stessi – ci strappava dal nostro mondo e immergerci in un altro”, spiega l’autore ricordando i suoi studi. Perché “la lingua ha sottomesso più che il fucile”, e perdere la propria lingua significa perdere la propria memoria collettiva.
Finalmente indipendenti nel 1963, i kenyani dovettero ristabilire le lingue tradizionali, tra cui il kikouyou. Per disfarsi di questa alienazione linguistica, Ngugi wa Thiong’o si batterà per riabilitarlo come lingua letteraria e reclamerà una riforma delle facoltà di inglese delle università kenyane. La sua vocazione di voler fare del kikouyou « quello che Spencer, Milton e Shakespeare hanno fatto per l’inglese , quello che Pouchkine e Tolstoi hanno fatto per il russo » sarà la causa del suo inseguimento e arresto. In pringione troverà “una camera per sè” che gli permetterà di scrivere dei romanzi nella lingua del suo popolo, il primo dei quali pubblicato per la prima volta nel 1981.
Dovrà poi affrontare un grande scoglio, emblematico delle barriere tra le lingue e le culture : là dove un teatro in kikouyou permetteva ai popoli di esprimere le proprie tradizioni e i propri riti attraverso parti ballate e cantate, il romanzo, diffuso ai massimi livelli nell’Occidente del XIX secolo, rimane il genere borghese e urbano per eccellenza. Come poter scrivere, da quel momento, un romanzo in kikouyou ? Come poter creare una forma adatta a un pubblico contadino ? La « nostra capacità di affrontare il mondo con inventiva », fa notare l’autore, «dipende da come queste rappresentazioni della realtà si adattano ai nostri rapporti col mondo – a seconda se queste funzioni illuminano o no questi rapporti ».
Cos’è la letteratura africana, e quali sono i suoi criteri? Chiede chiaramente il saggio del kenyano. Nel ventunesimo secolo, la letteratura africana non riesce ancora a definirsi appieno, anche se in lingua kikouyou, e rimane una letteratura postcoloniale, impregnata della storia dei popoli. L’opera di Ngugi wa Thiong’o viene quindi a costituire non tanto una crociata culturale, ma piuttosto una serie di interrogativi sulla crisi identitaria di un paese a lungo sottomesso. “Il libro parla a fondo di questo: l’emancipazione nazionale, democratica e umana”. È necessario che venga forgiata una nuova lingua, associata a nuove forme espressive: una lingua di africani che si esprimono in termini europei all’epoca coloniale o post-coloniale.
Alla fine, poco importa il motivo che spinge uno scrittore ad appropriarsi di una nuova grammatica e di altri suoni. Beckett, Cioran, Kundera, Mizubayashi, Thiong’o e altri non fanno altro che ripetere l’avventura, intima e personale, dell’entrare in una nuova lingua, la trasmutazione di un’identità a un’altra quando le lettere che ricoprono una cosa, un fatto o una persona diventono tutt’altro attraverso la traduzione.



Traduzione: Isabella Mancini

Articolo originale: http://www.magazine-litteraire.com/actualite/quand...