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Enseignement supérieur

Thou shalt speak English. L'inglese nella scienza: egemonia o monopolio?

Mis à jour : 29 Juil 2014

Dicembre 2013 | Cronache, La scienza è politica
Eve Seguin, Università del Quebec a Montreal
All'alba del ventesimo secolo, le pubblicazioni scientifiche obbedivano a un plurilinguismo ristretto, che dipendeva dai settori di ricerca: il tedesco era usato per la medicina, la biologia e la chimica; il francese per le scienze politiche e diritto; l’inglese per la geologia e l'economia politica. Con l'ascesa degli Stati Uniti come prima potenza economica e politica nel corso di tutto il secolo, questa divisione è sparita.

Nella metà degli anni ‘90, la letteratura scientifica internazionale era all’82.5% in inglese nelle scienze umane e sociali, e al 90% nelle scienze naturali.

Percezione e realtà
Bisogna per questo concludere che l'inglese è diventata la lingua universale delle pubblicazioni scientifiche? La risposta è no. Sappiamo che i ricercatori dei paesi in cui si parla una lingua di importanza storica e/o demografica (spagnolo, russo, tedesco, francese) hanno una netta tendenza a pubblicare nella loro lingua.
Inoltre, uno studio effettuato l'anno scorso, per un periodo che va dal 1996 al 2011, contribuisce a chiarire ulteriormente la questione. Utilizzando i dati del database Scopus, lo studio ha analizzato i dati di Paesi Bassi, Germania, Italia, Francia, Spagna, Russia, Brasile e Cina. In particolare, l’indagine divide le pubblicazioni in quattro blocchi disciplinari: scienze della vita, scienze fisiche, scienze della sanità e scienze sociali/arti/umanistica.
I risultati non concordano con il discorso dei blocchi. L'utilizzo della lingua locale varia sì da un blocco all'altro, ma questa variazione non riflette la distinzione scienze naturali/scienze sociali. Si presentano invece cinque casi:
1) Alte percentuali di articoli scritti in francese e in italiano riguardano soprattutto le scienze sociali...ma le scienze della sanità (medicina, veterinaria, infermieristica e odontoiatria) non godono della stessa percentuale (circa il 38%).
2) Per quanto riguarda gli articoli in spagnolo, olandese e portoghese,... è nelle scienze della sanità che si trova la percentuale più elevata (in media il 45%).
3) Gli articoli in tedesco sono pubblicati principalmente nell’ambito delle...scienze della sanità e delle...scienze fisiche, entrambi con la stessa percentuale (attorno al 33%).
4) Infine, gli articoli in russo e in cinese prediligono le...scienze fisiche - con una percentuale che nel caso del cinese si aggira intorno al 72.5%.

La leggenda del monoliguismo
Quale conclusione generale si può trarre dall'insieme dei dati riportati qui sopra?
Senza dubbio l'inglese ha raggiunto una posizione egemonica nelle pubblicazioni scientifiche, ma non ha ancora acquisito il monopolio che certi vorrebbero attribuirgli. Il discorso che presenta sistematicamente l'inglese come LA lingua della scienza assomiglia curiosamente a una profezia che si autoadempie. Il concetto di ‘profezia che si autoadempie’ è stata sviluppata dal grande sociologo americano Robert Merton. Riportiamo la definizione che ne ha dato senza tradurla, per non infastidire gli apostoli dell’”inglese-come-unica-lingua”: «The self-fulfilling prophecy is, in the beginning, a false definition of the situation evoking a new behaviour which makes the original false conception come "true". This specious validity of the self-fulfilling prophecy perpetuates a reign of error. For the prophet will cite the actual course of events as proof that he was right from the very beginning ». La credenza erronea che vi sia un monolinguismo scientifico riposa su diversi fattori. Ci acconteteremo di menzionarne tre.

Fattore 1 : il passaggio attraverso il tramite “anglofono”
I database di produzione scientifica più importanti su scala mondiale sono senza dubbio il Web of Science (WoS) e Scopus. Basta qualche cifra per mostrarlo. In Scopus, la cui copertura è più vasta di quella di WoS, l'80% delle riviste scientifiche messe all’indice sono anglofone. Le riviste francesi rappresentano invece solo il 19%, - ad ogni modo meglio del pietoso 9% di WoS. Dei 750 editori di riviste scientifiche francesi, solo il 10% pubblica delle riviste che hanno un Impact Factor (WoS), e solo il 17% pubblica delle riviste che hanno un SCImago Journal Rank Indicator (Scopus). Detto altrimenti: le riviste francesi sono invisibili. Questo passaggio ha delle conseguenze sulla valutazione della ricerca, poiché sopravvaluta l’output scientifico dei paesi anglofoni rispetto a quello degli altri paesi. Ma ancora più grave è che intere ricerche scientifiche internazionali rimangono nell’ombra, e in questo modo risultati che potrebbero rivelarsi decisivi, soprattutto in campo medico, scompaiono dalla circolazione.

Fattore 2 : l’evoluzionismo del discorso ‘l’inglese-lingua-della-scienza’
Un secondo fattore implicato nella credenza al monolinguismo è l’evoluzionismo del discorso "l'inglese-lingua-della-scienza". Il "monopolio" dell'inglese nella scienza è presentato come un sotto-prodotto di un processo più vasto, quale l’internazionalizzazione o la globalizzazione, e questo processo viene a definirsi come una sorta di evoluzione biologica, la cui forza è irresistibile e il risultato inevitabile.
Questo discorso evoluzionistico riguarda i ricercatori tanto quanto i politici e i giornalisti. La discussione sollevata dall'articolo 2 della legge francese sull'insegnamento superiore e la ricerca l'ha mostrato chiaramente. Questo funzionamento è anche alla base di indagini scientifiche sull’uso delle lingue nell’ambito scientifico. L'indagine Elvire sui ricercatori francesi afferma: "Nelle scienze umane e sociali (SHS) la situazione è più combattuta, ma l'inglese si trova già”, e sottolineiamo il già, “in posizione dominante per il 59% dei direttori di laboratorio...". Il discorso evoluzionistico ricorre così a un insieme di indicatori temporali (già, ormai, d'ora in avanti, ecc.) che circoscrivono il lavoro dei ricercatori all'interno di un movimento unidirezionale ineluttabile.

Fattore 3 : la denigrazione di quello che non è inglese
Un terzo fattore che contribuisce alla leggenda del monopolio è il livello di denigrazione delle discipline e dei ricercatori che non si sono (ancora...) convertiti al monolinguismo inglese. Quelli che si ribellano a questa evoluzione sono inevitabilmente sospettati d'oscurantismo, accusati di primo antiamericanismo, o ancora sistemati in un campo nazionalistico il cui razzismo non è mai troppo lontano.
Di nuovo, la discussione che ha scosso la ricerca francese la scorsa primavera ne ha dato un esempio sorprendente. In un dibattito pubblicato nel giornale Le Monde da un gruppo di ricercatori si leggeva: "Dare oggi la possibilità di seguire dei corsi in inglese, in un contesto apporopriato e limitato, offre delle prospettive di crescita e di apertura sul mondo che la situazione attuale impedisce di sacrificare sull'altare di antichi pregiudizi, arretrati e retrogradi"

Una credenza deleteria
A quest'ora l'inglese non possiede ancora l'esclusività della comunicazione scientifica, ma di certo c'è che molti meccanismi stanno facendo sì che si inizi a credere che la sua (innegabile) egemonia sia destinata a trasformarsi in monopolio. Se non viene rapidamente analizzata e presentata per quella che è, questa credenza finirà per materializzarsi.



Presentazione dell'autrice
Eve Seguin ha un dottorato in scienze politiche e sociali all'Università di Londra (Regno Unito). Specialista del rapporto tra politica e scienze, è professoressa di scienze politiche e studi sociali sulle scienze e le tecnologie all'Università del Quebec a Montreal. Le sue ricerche riguardano le discussioni tecnico-scientifiche, l'interfaccia Stato/scienze/tecnologie e le teorie politiche delle scienze.



Traduzione: Isabella Mancini

Articolo originale: http://www.acfas.ca/publications/decouv...