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Politiques linguistiques économiques

Il ruolo della Francofonia nell'economia globale: intervista a Céline Carrère

Mis à jour : 2 Mai 2018

Fonte: Ferdi - Intervista alla Professoressa Céline Carrère

Traduzione di: Francesco Maria Froldi

La Francofonia porterebbe una stabilità non insignificante in tempi di crisi

Céline Carrère è Professoressa all'Università di Ginevra e ricercatrice presso il Ferdi (Fondazione per gli studi e le ricerche sullo sviluppo internazionale). È coautrice di un rapporto sulla portata economica della lingua francese nel mondo, pubblicato nel 2013. Le conclusioni del suo lavoro - in collaborazione con Maria Masood - hanno in particolare alimentato le cifre del rapporto Attali sulla Francofonia economica oltre che quelle del rapporto OIF (Organisation International de la Francophonie), risalente al 2014 e riguardante la lingua francese nel mondo.

 

Cosa rappresenta oggi la Francofonia in ambito economico?

Céline Carrère: Se definiamo francofoni i paesi la cui lingua ufficiale è il francese e i paesi in cui almeno il 20% della popolazione parla francese, la francofonia in ambito economico rappresenta una trentina di paesi, ovvero il 6-7% della popolazione mondiale, l'8% circa del PIL globale e il 12% delle esportazioni mondiali. Equivale inoltre all'11% del suolo agricolo globale, al 6% delle riserve mondiali di risorse energetiche ed al 14% degli investimenti diretti esteri in entrata.

La francofonia economica è un vantaggio. Quando guardiamo i numeri, vediamo che parlare la stessa lingua crea legami economici. Vi sono più scambi tra i paesi francofoni, che si tratti di flussi commerciali, di investimenti o di flussi migratori. In un recente studio del Ferdi, abbiamo evidenziato che la condivisione della lingua francese consente di aumentare del 22% il commercio di beni tra una trentina di paesi francofoni. Ciò aumenta la ricchezza pro capite di questi paesi in media del 6% e riduce il tasso di disoccupazione di 0,2 punti. Queste cifre sono riprese nel rapporto Attali sulla Francofonia presentato al governo lo scorso agosto e nel rapporto dell'OIF da poco pubblicato. Esportiamo di più tra paesi di lingua francese perché i costi di transazione sono minori. Parlare una singola lingua crea un forte legame, un maggiore stabilità per redigere contratti, per comunicare e gestire le formalità doganali, per creare filiali. Si creano così abitudini di lavoro.

Quando si guarda più in dettaglio le dinamiche del commercio all'interno dello spazio francofono, due fatti attirano l'attenzione. In primo luogo, sembra che parlare la stessa lingua permetta alle aziende di entrare più facilmente nel mercato. Lo si constata, ad esempio, per i paesi dell'Africa occidentale che si scambiano tra di loro una vasta gamma di prodotti manifatturieri; prodotti che non sempre riescono ad esportare, almeno per il momento, al di fuori del mondo francofono. Inoltre, sembra si sia più fedeli a un partner che condivide la stessa lingua. Dopo la crisi del 2008, abbiamo osservato che i flussi commerciali sono diminuiti drasticamente tra i paesi francofoni e non francofoni, ma hanno meglio tenuto tra i paesi francofoni. In altre parole, la Francofonia porterebbe una stabilità non molto percettibile in tempi normali – addirittura assistiamo ad una contrazione del legame linguistico nel medio periodo -, che però sembra non essere insignificante in un contesto di crisi internazionale. Questo stesso effetto stabilizzante lo si ritrova anche nel mondo ispanico. Queste sono osservazioni, delle tendenze che stiamo studiando.

Quali sono le regioni francofone più dinamiche? In che modo sono queste motore o rilancio di una crescita sostenibile per la Francia?

Céline Carrère: Dall'inizio degli anni 2000, in termini di crescita del PIL pro capite, le regioni francofone più dinamiche sono state l'Africa subsahariana e il Maghreb. E secondo le proiezioni demografiche esistenti, il peso dei paesi francofoni nella popolazione mondiale dovrebbe aumentare drasticamente fino ad arrivare all'8% entro il 2030 a causa dell'elevata crescita demografica di alcuni paesi dell'Africa subsahariana. La Francia potrebbe beneficiare di questa dinamica. Nel rapporto del Ferdi, pensiamo che gli scambi commerciali della Francia dovrebbero tirare profitto dalla più rapida crescita della popolazione francofona nel mondo: la quota del suo commercio con i paesi francofoni dovrebbe quindi aumentare del 3,5% e il suo tasso di crescita del 6,2%.

Ma se la Francia deve essere in grado di beneficiare degli sviluppi favorevoli offerti dalla "storica" ​​area francofona, potrebbe ugualmente avere interesse a rivolgersi verso altri mercati in espansione. Da vent'anni, i paesi francofoni hanno registrato una crescita economica che è mediamente più bassa rispetto a quella di altri paesi, anche se la crisi finanziaria del 2008 ha avuto un impatto negativo minore. La relazione Attali propone, per esempio, di estendere il mondo francofono a paesi che consideriamo "francofili", come la Nigeria o il Ghana per il continente africano. Si tratterebbe quindi di potenziare il mondo francofono integrando un certo numero di paesi cosiddetti "francofili" ad alto potenziale di crescita, tra cui, ad esempio, Nigeria, Ghana, Qatar, Tailandia, Vietnam o Egitto.

Secondo l'OIF, 274 milioni di persone parlano francese nel mondo. Il francese è la quinta lingua più parlata oltre che sempre più concorrenziale. C'è il rischio di perdere l'influenza economica? Quali sarebbero le conseguenze per la Francia e per i paesi francofoni?

Céline Carrère: Secondo l'OIF, il francese è anche considerato la terza lingua di mercato nel mondo dopo l'inglese e il cinese. Ed è la seconda lingua più imparata al mondo. Se a questo si aggiunge la forte crescita demografica di alcuni paesi francofoni, la lingua francese può essere mantenuta, ma ovviamente la rete in lingua francese deve essere salvaguardata, per non dire estesa. La condivisione della lingua francese rappresenta un vantaggio economico non indifferente per i paesi francofoni, può consentire un aumento degli scambi attraverso la riduzione dei costi delle transazioni. Va inoltre osservato che per i paesi multilingue, il mantenimento di una certa diversità linguistica rende possibile, al di là degli aspetti commerciali già menzionati, il miglioramento delle performances economiche. Questi vari collegamenti tra lingua ed economia nel mondo francofono saranno studiati in una ricerca del Ferdi che sarà pubblicata all'inizio del 2015.

La creazione di un'Unione economica francofona, così come sostenuto dalla relazione Attali presentata al governo francese lo scorso agosto, Le sembra pertinente?

Céline Carrère: una nuova Unione significa aggiungere un accordo ad altri accordi esistenti che abbiamo già notato essere di difficile attuazione. Ad oggi, fare collaborare UEMOA (Unione Economica e Monetaria Ouest-Africana), CEMAC (Comunità Economica degli Stati dell’Africa Centrale) e Unione Europea, ad esempio, non risulta facile. Questo può essere visto nei negoziati incentrati sugli accordi di partenariato economico (APE). Facciamo ancora fatica a negoziare tali accordi, nonostante siano paesi con cui la Francia ha una forte storia economica.

Potrebbe essere più appropriato rafforzare le collaborazioni esistenti, come avviene ad esempio nella proposta Ohada. Estendere le funzioni dell'OIF ha senso se ipotizziamo che la francofonia economica sia una priorità. Ma questo resta un grande salto tra ciò che l'OIF è oggi e quello che dovrebbe essere se dovesse funzionare come l'Unione europea. Questa Unione economica francofona mi sembra abbastanza impraticabile in un breve futuro.

 

Intervista di: Christelle Marot

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