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Sovranità linguistica ? (IV e fine)


Ultima modifica: 16 Gen 2021

Eccoci arrivati alla fine della nostra inchiesta sulla sovranità linguistica. Abbiamo visto che le lingue attraversano le frontiere in molteplici modi, benché siano sempre ancorate a un territorio, anche quando hanno proprietà di lingua veicolare o lingua franca. A differenza dei beni economici da cui dobbiamo separarci quando li trasmettiamo a qualcun altro, nel caso delle lingue e di tutto quanto è ad esse collegato esse arricchiscono coloro che se ne appropriano, ma nessuno ne viene privato. Tra le citazioni che l’OEP mette in risalto, questa frase di Michel Serres riguarda proprio il nostro argomento: "Un paese che perde la sua lingua perde la sua cultura ; un paese che perde la sua cultura perde la sua identità; un paese che perde la sua identità non esiste più. È la più grande catastrofe che possa capitargli."1 Non esiste espressione migliore per indicare che la lingua è un attributo, un elemento essenziale di sovranità. Ma, come la lingua può essere condivisa, anche la sovranità linguistica lo è. È un processo culturale essenziale e assolutamente miracoloso, talmente miracoloso che ne siamo scarsamente consapevoli, al punto che il fatto linguistico non è presente in nessun programma scolastico e che l’ignoranza del fatto linguistico nelle nostre società è pressoché totale.

Ma, in modo più sostanziale, che cosa vuole dire « sovranità linguistica » ? Per stupirvi, facciamo ricorso a una parola inglese di moda, l’« empowerment ».

In un articolo recente, intitolato « Nozione : « Empowerment » o il « potere di agire » », il giornale Le Monde ci spiega che questo termine, apparso negli anni 1970 negli Stati Uniti, « privo di un perfetto equivalente in francese », evoca la capacità di autoaffermazione e di azione di ognuno di noi sul suo ambiente.

Invece di dire che empowerment non ha un equivalente in francese, la giornalista avrebbe piuttosto dovuto dire che non esiste un equivalente perfetto, il che sarebbe stato un truismo, perché è vero anche il contrario, cioè che è molto raro che da una lingua all’altra esistano equivalenti perfetti. E la forza di chi parla dipenderà dalla sua capacità a trovare nelle parole della sua lingua e, perché no, in altre lingue, ciò che vuole dire: attenzione, però, può farlo solo se possiede bene la lingua dell’altro, lungi da ogni mimetismo che lo rende ridicolo agli occhi di chi possiede realmente la lingua originale. Non c’è niente di più ridicolo di un francese che mima l’inglese credendo di conoscerlo. E’ meglio conoscerlo davvero.

Negli abituali dizionari bilingue, si troverà « empowered by or to » come « autorizzato da oppure a», « dare i mezzi per » o « darsi i mezzi per », « ricevere i mezzi per », e d’altra parte capita spesso di leggere su scatoloni da imballaggio « empowered by Microsoft or by Google » ecc. Dunque la diffusione della parola empowerment non è estranea a un certo contesto economico e proviene dal linguaggio degli affari e del management pur essendo anche legata a movimenti di difesa dei diritti di minoranze e a movimenti femministi. Si leggerà dunque sul sito di Saint-Gobain « Empowerment : domani, tutti al potere nell’impresa ? »; sul portale https://femmedinfluence.fr/ una rubrica sulla prima pagina si chiama Empowerment.

In effetti, in francese non mancano equivalenti simili e ciò che è importante non è che il francese (si potrà dire la stessa cosa del tedesco, dell’italiano, dello spagnolo, ecc., ognuno farà la sua trasposizione ) sia in ritardo su un concetto che ci proviene da un altro universo, ma soprattutto che ci sia una differenza di approccio che ci tutela da una pressione ideologica, senza però ignorare i fenomeni che accadono nelle nostre società comprese quelle al di là dell’Atlantico. Occorre elaborare gli anglicismi piuttosto che subirne i colpi per pura imitazione senza discernimento. L'OEP si dedica a questo compito sul suo sito https://nda.observatoireplurilinguisme.eu.

Dunque, secondo il contesto, si potrà dire « potere d’azione collettivo », « potere d’azione civico », « azione collettiva », « azione civica », « presa o ripresa di potere », « partecipare all’esercizio del potere », la « conquista dell’autonomia », ecc. I concetti e le parafrasi sono infiniti.

Per le questioni linguistiche noi preferiamo la parola « sovranità », perché definisce in ultima istanza il potere di determinarsi. I dittatori lo sanno... Sopprimete delle parole, mettetene altre e così controllate il pensiero. Perciò non esitiamo a vedere nell’idea di lingua e di plurilinguismo (plurilinguismo significa che non potrebbe esistere una sola lingua), una metafisica della libertà. Questo principio è essenziale: libertà di dire e di pensare, di pensare e di dire. È questo il plurilinguismo. E parlare di « sovranità linguistica » è soltanto l’affermazione di questo principio fondamentale.

Concretamente, ora dobbiamo guardare nel contesto attuale come riaffermare una sovranità linguistica, che non si confonde con un qualsiasi nazionalismo : speriamo che questo sia ben chiaro dall’inizio della nostra inchiesta.

Bisogna cominciare da ciò che è evidente o dovrebbe esserlo.

Imparare la lingua e imparare la lingua del paese in cui si vive. È essenziale ed è una conquista. Il diritto all’educazione è un diritto fondamentale e passa attraverso la lingua.

La lingua è stata svilita per decenni nell’insegnamento. È stata presa la strada sbagliata, ma raddrizzare la rotta non è un processo facile. Soprattutto, fondamentalmente, la lingua nel nostro insegnamento resta considerata come uno strumento, una materia come le altre. Anche quando si dice che è la materia che permette di imparare le altre materie, è stata fatta solo una parte del cammino. La lingua ci permette di pensare. È straordinario, ma è proprio così. Nessun pensiero esiste al di fuori del linguaggio. Linguaggio e pensiero procedono insieme. Questo significa che qualsiasi scadimento nella lingua comporta uno scadimento nel pensiero.

Dunque, in pratica, quando lo Stato conclude una convenzione con la Regione Hauts de France per lottare contro l’analfabetismo, è un atto di sovranità linguistica. Quando sdoppia le classi nella scuola primaria nelle zone prioritarie per il disagio socio-familiare, è un altro atto di sovranità. Recuperare la metà delle schiere di bambini che entrano nella scuola secondaria di primo grado senza padroneggiare i saperi fondamentali, che sono pari a un quinto di una generazione, cioè circa 160 000, e quindi ridurli a circa 80 000, è una grande ambizione, anche se si vorrebbe fare meglio.

Ma questo non basta : occorre a tutti i livelli infondere un altro ruolo alla lingua. La lingua non è uno strumento, è il processo dinamico attraverso il quale il pensiero si realizza.

Certamente non appena si parla di « sovranità », la questione che è sulla bocca di tutti è quella che si riferisce agli anglicismi.

Occorre essere chiari, i prestiti linguistici fanno parte della vita delle lingue. Le lingue cambiano, perché il mondo cambia, e nel corso dei secoli, coloro che fanno evolvere le lingue non hanno mai smesso di creare concetti e parole nuove. Chi sono costoro ? Storicamente, furono i poeti, gli scrittori, i chierici, gli eruditi, i legisti che arricchirono le lingue e fecero nascere le nostre lingue moderne attingendo a molteplici fonti, nella lingua stessa, nelle parlate locali, nel latino, il greco, l’arabo, nelle lingue dei paesi vicini, ecc. Infatti, queste persone viaggiavano molto, avevano molti scambi, e sapevano riconoscere le perle di sapere per portarle nel loro paese e continuare ad avere scambi con i loro pari. È così che sono nate le « grandi lingue ». Marie-Hélène Lafon, premio Femina 2020, dice giustamente che una scrittrice è « un’avventuriera del verbo  ». Anne-Marie Garat, premio Femina e Renaudot dei liceali 1992, che aveva gentilmente accettato il nostro invito nel 2008 alla giornata che avevamo organizzato all’Unesco nell’ambito dell’anno internazionale delle lingue sul tema « Gli intellettuali e gli artisti per il plurilinguismo e la diversità linguistica e culturale », ci aveva spiegato la stessa cosa: gli scrittori sono dei creatori di linguaggi.

L’errore è di credere o di far credere che la creazione del linguaggio sia un processo spontaneo e che le parole nuove siano frutto dell’uso. Detto in questo modo sembra una bella barzelletta. Non è così, l’uso può consacrare o meno le parole nuove ma non ha nessun ruolo nei meccanismi che sono all’origine delle parole nuove e che peseranno sul loro uso o lo dirigeranno.

Così la parola cluster, di cui abbiamo già ampiamente parlato, non è assolutamente legata all’uso. È stata imposta da scienziati per ragioni che non sono né linguistiche né scientifiche. Nel campo delle scienze sperimentali, la maggior parte dei ricercatori redigono attualmente i loro articoli direttamente in inglese, e si sono accontentati di riprodurre il termine inglese, e hanno detto che bisognava utilizzare quello, facendo pressioni sui gabinetti ministeriali e sui media, che hanno fatto coesistere per un certo tempo nelle stesse frasi la parola inglese e quella francese « foyer », ( focolaio ), che è il suo stretto equivalente nel contesto della pandemia, e solo in questo contesto, per arrivare poi alla fine ad utilizzare solo la parola inglese, considerando che era stata ripetuta un numero sufficiente di volte per pensare che fosse finalmente entrata nelle teste spesso ribelli, benché non sempre a ragion veduta, dei Francesi. Nel caso di cluster, il « pozzo linguistico » da cui si è attinto è stato dunque scientifico, poiché la comunità scientifica ha svolto un ruolo normativo molto discutibile in linea di principio.

Ma è palese che, dietro l’imposizione scientifica, ci sia un gioco di potenza.

I rapporti di potenza sono oggi più presenti di quanto lo siano mai stati nella storia. Nessuno ignora che, durante il Rinascimento, molte parole italiane sono entrate nella lingua francese e in tutte le lingue europee. Era il prodotto del primo Rinascimento italiano con il quale la cultura italiana risplendeva in tutta la sua bellezza, senza appoggiarsi su nessuna potenza politica, con grande rammarico di Dante, che guardava con invidia la monarchia francese guadagnare prestigio e potenza.

La situazione delle lingue nelle istituzioni europee è una perfetta espressione dei rapporti di potenza in atto al momento dell’ultimo allargamento dell’Unione Europea nel 2005-2007. Appena usciti dal controllo dell’Unione Sovietica, i futuri nuovi membri dovevano aderire simultaneamente all’Unione europea e alla NATO, che costituivano in qualche modo le due facce di una stessa medaglia. Non era auspicabile che le lingue dei negoziati fossero diverse dall’inglese, tanto più che gli Inglesi erano della partita. Se gli Inglesi non fossero stati a capo del negoziato, i Romeni non sarebbero stati convinti a rifare in inglese i loro dossier di candidatura, preparati inizialmente in francese. Forse altri paesi come la Repubblica Ceca o la Slovacchia avevano i mezzi e il desiderio di usare il tedesco. Ma non si cambia la storia. Un rapporto di forza geostrategica ha fatto spostare tutto l’equilibrio linguistico dell’Unione europea. Un altro contesto geostrategico, come quello attuale, avrebbe portato probabilmente a un risultato diverso.

Evidentemente al momento attuale sono in atto altri fattori puramente economici. Abbiamo evocato all’inizio di questo articolo la parola empowerment, sebbene concettualmente non arricchisca quasi per niente il materiale linguistico di cui disponiamo nel mondo francofono ed è probabile che sia la stessa cosa presso i nostri vicini europei. È semplicemente una parola di moda negli Stati Uniti, che viene dal marketing e contemporaneamente dai movimenti sociali, e amplificata dai social network, che contribuiscono, come sottolinea con forza Le Monde Diplomatique di questo mese di gennaio, alla « americanizzazione delle polemiche pubbliche », poiché non vi è più traccia di dibattito. Noi non abbiamo aspettato il suggerimento dell’America per parlare di partecipazione (la parola è divenuta popolare grazie al Generale de Gaulle nel 1968) o di democrazia partecipativa, di azione collettiva, di essere padrone di, di essere parte attiva di, ecc.

Dunque, è importante essere capaci di esercitare un filtro su tutti i movimenti linguistici, non in modo normativo, che sarebbe inutile, ma in modo riflessivo, cioè comprendendo e interpretando i movimenti linguistici, essenzialmente gli anglicismi, per potere anche accogliere con benevolenza ciò che viene dall’esterno e assicurare il perfetto respiro della lingua, la sua freschezza e la sua vitalità. Questo è l’approccio proposto dal sito realizzato dall’OEP con il titolo di « Nuovo dizionario degli anglicismi e neologismi »2, in sinergia con le istituzioni che hanno il ruolo di controllo e di norma della lingua come FranceTerme3. Jean Pruvost nella sua recente opera La story de la langue française-ce que le français doit à l’anglais et vice-versa 4 propone un approccio simile, critico e benevolo contemporaneamente.

Questo lavoro è anche una manifestazione di sovranità linguistica. E questo lavoro riflessivo, affinché sia prodotto, deve essere fondato su qualcosa di molto forte, di così forte che per designarlo possiamo solo usare la parola “resistenza”, di cui si capisce bene che si tratta di una scelta individuale e collettiva.

Questa azione è fondamentale, ma ce ne sono altre.

L’OEP ha organizzato una video-conferenza con l’Università di Parigi sulla traduzione automatica e i suoi usi sociali. E’ possibile rivederne tutti gli interventi e tutti i discorsi on line5, in attesa di leggere l’opera che li raccoglierà nella collezione Plurilinguismo.

Ci sono due settori cruciali in cui c’è veramente tanto da fare. Il primo è quello delle istituzioni europee, il secondo è il campo della ricerca e della pubblicazione scientifica.

Per quanto riguarda le istituzioni europee, abbiamo già osservato che da quando l’inglese si è imposto come unica lingua di lavoro contravvenendo a tutte le regole stabilite, relegando le altre lingue al ruolo di figuranti, tutti i redattori, qualunque sia la loro madrelingua, fossero effettivamente costretti a fare un lavoro di traduttore a un primo livello. Il loro testo in inglese è poi revisionato dai servizi di traduzione, da cui uscirà nella loro madrelingua un testo che essi stessi hanno redatto in inglese. Questo è metodo di lavoro di Bruxelles. Siccome non esiste nessuna regola scritta che obblighi a lavorare in questo modo, il redattore può assolutamente produrre il suo testo nella sua lingua e simultaneamente anche in inglese ed eventualmente in una o due altre lingue utilizzando i mezzi di traduzione automatica. Ogni traduttore professionista sa che è possibile, ed ogni utente un po’ esperto di questi mezzi professionali, ma anche il grande pubblico, sa che è perfettamente realizzabile poiché il redattore sa rileggere il suo scritto, come è ovvio che sia. Se si cambierà il modo di lavorare, che aveva una sua logica quando la traduzione automatica affidabile non esisteva, non avremo più l’80% dei testi prodotto dai servizi europei in inglese.

Ma, in ogni modo, la traduzione automatica può anche rivoluzionare molte cose nella comunicazione della Commissione europea, del Consiglio europeo e dell’Unione europea. I siti della piattaforma europa.eu potranno finalmente essere in 24 lingue, le consultazioni pubbliche potranno essere finalmente aperte ai cittadini europei, i comunicati e le informazioni flash, che ognuno può ricevere su semplice abbonamento, potranno finalmente essere accessibili a tutti.

Un altro settore che può essere rivoluzionato dalla traduzione automatica è quello della pubblicazione dei lavori di ricerca.

È una situazione abbastanza simile a quella dei funzionari europei.

Per soddisfare le grandi riviste scientifiche internazionali, che sono società commerciali, molti ricercatori, soprattutto nelle scienze sperimentali, hanno rinunciato a pubblicare nella loro lingua e scrivono in inglese. Certamente, ciò facilita la diffusione degli articoli nelle comunità scientifiche, ma gli effetti negativi sono disastrosi. Possiamo individuarne almeno tre. Il primo è che la lingua che il ricercatore usa per condurre le sue ricerche ( bisogna infatti distinguere tra lingua di ricerca e lingua di pubblicazione ), non è più utilizzata nei lavori di ricerca, e quindi non si arricchisce più di nuovi concetti. Questo fenomeno è chiamato da Pierre Frath perdita di settore 6. Il secondo effetto è di impedire la trasmissione. I lettori di cultura, che non siano però ricercatori della stessa disciplina o che non siano nemmeno ricercatori, non possono leggere facilmente articoli scientifici in inglese, e quando questi testi arricchiscono riviste o opere di volgarizzazione scientifica, i documenti sono infarciti di concetti inglesi che non sono tradotti, cosa che produce una difficoltà di comprensione dei risultati della ricerca e delle loro conseguenze sociali. Il terzo effetto è che la captazione del mercato dell’editoria scientifica da parte di società commerciali in situazione di oligopolio ha fatto decollare i prezzi delle opere al punto che non sono più accessibili né ai privati, né alle università che non hanno sufficiente denaro. La comunità scientifica si allontana così dal pubblico concettualmente e materialmente. Soltanto l’accessibilità generalizzata alle pubblicazioni scientifiche e la traduzione possono permettere di rimediare a questa situazione funesta.

L’effetto finale del processo così avviato è non soltanto la separazione della comunità scientifica nei confronti della popolazione, ma anche lo svilimento della lingua parlata dalla popolazione e che può così perdere aree di conoscenza e trovarsi relegata ad usi puramente privati e familiari.

Ora, la traduzione automatica oggi può aiutare a superare questo genere di difficoltà.

La traduzione automatica è anche un mezzo per riprendere la piena padronanza della propria espressione linguistica assicurandosi contemporaneamente una diffusione ottimale del proprio lavoro.

Ma, oltre alla traduzione automatica in autonomia, esiste la traduzione in assoluto, perché la traduzione automatica è solo un aiuto alla traduzione, che d’altronde i professionisti usano abbondantemente per sé stessi.

Nel XII secolo in tutta l’Europa è nato un vasto movimento di traduzione grazie al quale l’Europa ha scoperto o riscoperto le scienze e la letteratura dell’Antichità greca, e del mondo arabo, in un’epoca in cui esso, pesantemente eroso dalle divisioni, era però florido sul piano intellettuale e scientifico. Da questo vasto movimento di traduzione è nato due secoli più tardi quello che è stato chiamato Rinascimento.

Oggi nell’editoria mondiale si delinea una nuova tendenza. Come sottolinea Patrick Chardenet7 « La questione fondamentale non è la codificazione degli articoli specializzati, la traduzione mirata alla pubblicazione in un linguaggio scientifico, che si pretende universale. La questione è quella della ricezione in una determinata lingua degli articoli prodotti in qualche altra lingua. Entrare in un processo di comprensione di un articolo stabilizzato nella sua lingua originale è certamente più appagante per il ricercatore-lettore (e dunque per la sua produzione scientifica), che accettare l’articolo tradotto che sembrerebbe identico a quello in lingua originale. »

Condurre una politica attiva di produzione in lingua originale e di traduzione è l’invito che ci rivolge il comitato francese Ouvrir la science8. È anche un mezzo di sovranità linguistica.

Abbiamo forse bisogno di una nuova riforma intellettuale e morale ? Da questo punto di vista, risollevare il livello linguistico dell’insieme della popolazione, rafforzare l’insegnamento delle lingue straniere nell’ambito di un’educazione plurilingue e interculturale e sviluppare la traduzione sono gli strumenti prioritari della riconquista di una sovranità linguistica chiaramente indispensabile, anzi vitale.

1Michel Serres - Défense et illustration de la langue française aujourd'hui, 2018, p.55

2https://nda.observatoireplurilinguisme.eu/

3http://www.culture.fr/franceterme

5https://www.NotAllowedScript6144ea5d909ccyoutube.com/playlist?list=PLmN0_lzOfsIizZXO4v6U7itsgDvNp6vNk

6Pierre Frath, 2017, « Anthropologie de l’anglicisation des formations supérieures et de la recherche », dans Plurilinguisme et créativité scientifique, collection Plurilinguisme.

8https://www.observatoireplurilinguisme.eu/dossiers-thematiques/education-et-recherche/23--sp-607/14370-le-multilinguisme-et-la-science-ouverte-actualit%C3%A9s-du-comit%C3%A9-16-12-2020