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Destrutturare l’anglicizzazione e gli anglicismi (II) – I pozzi linguistici


Ultima modifica: 1 Nov 2021

Destrutturare l’anglicizzazione e gli anglicismi (II) – I pozzi linguistici1

Tra i 3,8 milioni di spettatori che hanno assistito al dibattito tra Jean-Luc Mélenchon e Éric Zemmour sul canale francese BFMTV il 24 settembre scorso, alcuni hanno forse notato, con stupore, che l’espressione fact-checking è ritornata una quindicina di volte sulle bocche dei giornalisti e dei due partecipanti al dibattito che hanno manifestato una certa sorpresa, finanche un certo imbarazzo, nel non saper trovare, nella competizione che li opponeva, un sinonimo.

Questo episodio caratterizza perfettamente la situazione presente.

Poiché i due contendenti sono dei sovranisti dichiarati, nessuno potrebbe sospettarli di servilismo pro-americano. Ma il conformismo giornalistico e la tensione naturale del dibattito spiegano questa concessione inattesa.

Noi diciamo « conformismo giornalistico » e « concessione ».

Non faremo un processo ai due giornalisti Aurélie Casse e Maxime Switek per non essere aggiornati sulle numerose rubriche di fact-checking uscite sulla stampa sotto altri nomi che rilevano una bella creatività verbale.

Il giornale le Monde ha creato il Décodex, strumento per aiutarvi a verificare le informazioni che circolano su Internet e smascherare le voci, esagerazioni o deformazioni. Coloro che lavorano nel Décodex sono i Décodeurs (decodificatori), e la rubrica comincia sempre con il titolo « Decodifica ».

Sul canale France 24 i decodificatori si chiamano les Observateurs mentre l’AFP è più sobria con AFP Factuel.

Sul Figaro la rubrica si chiama La vérification (la verifica) e il giornale spiega « Nel flusso dell’attualità si insinuano mezze verità, vere e false apparenze, menzogne, grandi e piccole. Per distinguere il vero dal falso, ritrovate in questo dossier l’insieme delle nostre verifiche ».

Su France Info, Le vrai du faux è un appuntamento di attualità e di "fact-checking" (così si espresse il canale) che passa in rassegna le piccole e grandi approssimazioni che circolano sui siti web e i social network.

Ciononostante il canale continua con « VRAI OU FAKE (VERO O FAKE)...»

Su Libération, ci spiegano « Perché CheckNews (questo è il nome della rubrica) non lavora più di fact-checking con Facebook », mentre su 20 Minutes ci si accontenta di Fake Off .

Quale insegnamento trarre da questa prima constatazione ?

Nel momento stesso in cui la lingua non manifesta difficoltà a designare con parole semplici un’azione semplice che consiste nel verificare le affermazioni fatte da una determinata persona in una determinata circostanza, la menzione di una parola americana in una trasmissione di cui si sa che sarà ascoltata e vista da un vasto pubblico può seriamente essere interpretata come un segno di sottomissione politica alla potenza dominante degli Stati Uniti ? Oppure piuttosto, secondo l’espressione utilizzata da Bernard Cerquiglini, si tratta di un omaggio (probabilmente inconsapevole) alla cultura che è considerata dominante e che ha in questo caso inventato questa nuova pratica nei media, abbastanza elementare tutto sommato, che consiste nel controllare le informazioni che sono manipolate e diffuse.

Ci potremo interrogare sul significato di questo omaggio che fa un po’ pensare all’omaggio che il vassallo rende al suo signore e sul concetto di dominio culturale forgiato negli anni sessanta dall’economista, storico e filosofo François Perroux2.

Pozzi linguistici

In tutta chiarezza, esistono, nel mondo dei media come in altri campi, norme comportamentali totalmente dipendenti da un dominio culturale di cui non si è più consapevoli, ed è questa la caratteristica di un dominio culturale. Noi proponiamo di indicare queste manifestazioni peculiari di diversi ambiti della società con l’espressione « pozzi linguistici  » per analogia con i pozzi termici nel campo dell’edilizia, più comunemente chiamati « dispersori di calore ».

L’idea non è completamente nuova. Nella sua bella opera. Nos ancêtres les Arabes, ce que notre langue leur doit3, Jean Pruvost dedica un capitolo ai percorsi delle parole arabe. Ne vede sei: due vie religiose, le crociate e l’espansione del mondo arabo a partire dall’Egira, la conquista della Spagna e l’influenza intellettuale della biblioteca di Cordova e lo sviluppo commerciale tra Oriente e Occidente attraverso il Mediterraneo, il Golfo Persico e il Mar Rosso, la colonizzazione e la decolonizzazione del Maghreb e infine le periferie di immigrati in Francia e il rap, arte musicale e poetica, di grande importanza nel panorama artistico francese.

Questi anglicismi si impongono a migliaia in settori relativamente ristretti della società, e alcune centinaia di essi finiscono per penetrare nella lingua di tutti i giorni e appariranno nei dizionari dopo lunghi anni di maturazione.

Siamo ben consapevoli che un francese medio che utilizzasse la parola fact-checking in una riunione tra amici o in una normale riunione di lavoro si coprirebbe di ridicolo e passerebbe per un pretenzioso snob (felice anglicismo dotato di fascino e che è accettato da molto tempo pur essendo un po’ desueto, con concorrenti moderni molto pittoreschi come « hype » o « geek ») o anche snobinard (derivato francesizzato ).

Probabilmente è per questa ragione che fact checking non è ancora in nessun dizionario comune, ma è stato preso in considerazione da FranceTerme (JO dell’8 aprile 2017), nel settore « comunicazione », con il termine equivalente « Verifica dei fatti » e con la definizione « Verifica, da parte soprattutto di giornalisti, dell’esattezza di fatti enunciati pubblicamente, in particolare nei media. », un concetto tutto sommato di una grande banalità, che ci fa sorprendere che ci sia bisogno di ricorrere all’inglese per parlarne.

Tanto più che questa pratica professionale di verifica dei fatti è di un’utilità incontestabile, che è una sorta di ABC dell’attività giornalistica e raggiunge a un livello più basso quello che è chiamato « il giornalismo di investigazione ». Questa parola esiste in francese perché contempla una forma di specializzazione dei compiti, ma non è per niente un’innovazione, trattandosi della verifica dei fatti.

Così, il giornalista francese Fabrice Arfi spiega :

« Quando andate a cercare un’informazione, voi la verificate, la confrontate, la ricontestualizzate, la classificate, la storicizzate se necessario, la confrontate con le persone coinvolte, la pubblicate, (...) fate un lavoro giornalistico4. »

Che cosa spinge dunque, nel paese di Voltaire, a ricorrere a un vocabolo americano per indicare una pratica di origine lontana, se non a pensarsi come appartenente a una certa élite professionale, nella quale regna, per quanto riguarda l’inglese delle Americhe, una sorta di presunzione di legittimità alla quale il giornalista si sottomette ?

Avete detto prestito !

È importante, pur essendo una banalità, dire che tutti gli anglicismi, così come tutti i prestiti linguistici, non sono da rifiutare a priori. Quando sono fonte di arricchimento, bisogna invece affrettarsi a utilizzarli anche a costo di adattarli per assimilarli meglio.

Ferdinand Brunot (autore di una monumentale storia della lingua francese uscita all’inizio del secolo scorso e continuata da Charles Bruneau) distingueva tra il prestito necessario e il prestito di prestigio. Il prestito necessario è il prestito che arricchisce la lingua. Il prestito di prestigio non ha questa qualità ma ha in ogni caso una connotazione positiva perché il prestito di prestigio parte sempre dalla lingua che lo riceve, cioè i locutori vanno a cercarlo, e alla fine è sempre un arricchimento. D’altra parte, l’uso finisce per selezionare e scartare i prestiti inutili.

Esiste una terza categoria di prestito, purtroppo dimenticata, che le condizioni della globalizzazione collocano oggi in primissima linea, che corrisponde a quello che noi proponiamo di chiamare i prestiti di dominazione, cioè prestiti che s’impongono o sono imposti dall’esterno.

Proprio le condizioni di questa penetrazione ci portano a parlare di « pozzi linguistici » di cui dobbiamo sforzarci di capire i meccanismi, dopo averne apprezzato le conseguenze, che possono essere positive o negative, per l’individuo o per la collettività.

Pensiamo che questi meccanismi non siano sufficientemente studiati mentre, al contrario, dovrebbero essere oggetto di ricerche precise. L’interesse di questo approccio è di circoscrivere i fenomeni ai loro ambiti di produzione e diffusione e di mostrare come le responsabilità possano essere diverse a seconda dell’ambiente corrispondente al pozzo linguistico. Questo è il percorso che abbiamo intrapreso con il progetto del Nouveau dictionnaire des anglicismes et néologismes portato avanti dall’OEP5.

È chiaro che ci allontaniamo da ogni caratterizzazione propriamente linguistica del prestito per interessarci più particolarmente alle dinamiche sociali, alla nascita degli anglicismi, ai loro effetti, che possono essere l’eliminazione o la coesistenza, prima di pensare di influenzarne il percorso.

L’ambito scientifico, che abbiamo evocato in editoriali precedenti, è il primo pozzo linguistico da esaminare.

Cluster e discorso scientifico

La parola cluster è comparsa a proposito della pandemia per il fatto che gli articoli scientifici sono oggi redatti in maggioranza in inglese, anche dai ricercatori francofoni. Benché la parola cluster non abbia niente di scientifico e provenga dall’inglese corrente (« sciame di api », « isolato di case », « casco di banane », « ammasso di stelle », ecc.), è utilizzato nei linguaggi tecnico e scientifico in una moltitudine di contesti. Mentre l’espressione « focolaio di infezione » o « focolaio di contaminazione » era già in uso presso i ricercatori e il personale sanitario in Francia, la parola cluster si affermerà rapidamente nei media, dopo una breve fase transitoria durante la quale la parola francese coabiterà con quella americana, finché i Francesi non finiranno per imparare quest’ultima.

È sorprendente costatare che lo stesso processo era stato operato negli anni 2000. Si usciva da trenta anni di ultraliberalismo durante i quali ogni intervento territoriale dello Stato per favorire lo sviluppo locale era sospetto. Fu allora che il concetto di cluster di sviluppo sotto la penna di Michaël Porter6, professore e ricercatore americano alla prestigiosa università di Harvard, poté passare per un’innovazione e polarizzò l’attenzione delle istituzioni europee e di numerosi governi, soprattutto il governo francese. Peccato che Michaël Porter avesse soltanto reinventato o modernizzato i poli di crescita e polo di sviluppo teorizzati trenta anni prima da François Perroux, allievo ed erede del celebre economista austriaco Joseph Schumpeter. Ma, per un professore americano, era meglio probabilmente essere collegato per l’origine del concetto all’economia classica e soprattutto alla teoria dei vantaggi competitivi portata avanti da David Ricardo nel 1817 nei suoi Principi dell’economia politica e dell’imposta, piuttosto che iscriversi in un’altra linea in cui si trova uno dei grandi ispiratori della ricostruzione economica della Francia e della pianificazione alla francese che hanno accompagnato le Trente glorieuses ( il boom del dopoguerra ). In ogni modo, il termine cluster si è imposto ovunque in Europa, compreso in Francia, perché il salto generazionale ha portato una sorta di amnesia, una rottura di memoria nelle scienze economiche e nella terminologia della Commissione europea. Eppure, quando si è trattato di fare rientrare il concetto nella legislazione francese, abbiamo visto riapparire nella finanziaria del 2005 il concetto di polo di competitività, che era semplicemente l’aggiornamento delle teorie di François Perroux. L’amnesia era sparita, almeno in parte.

Tracking

Per restare nel campo scientifico, un destino analogo sembra avere accompagnato la parola tracking.

I testi che sono all’origine dell’applicazione francese stopcovid, oggi conosciuta da tutti, sono quasi tutti scritti da Francesi in inglese. Tuttavia, quando la stampa ha cominciato a parlarne, l’applicazione era piuttosto indicata come un’applicazione di tracciamento digitale. Abbiamo anche notato in uno dei rari articoli scientifici in francese collegato a questo argomento la parola suivi ( monitoraggio ) (dei casi in contatto stretto), di cui il minimo che si possa dire è che non pone nessun problema di comprensione ed è caratterizzata da una grande sobrietà. Ma, in breve tempo, la parola americana tracking è stata imposta sia dal ministro, che dagli alti funzionari e infine dai media, senza che essi avessero bisogno di fare coesistere la parola francese con la sua corrispondente americana, essendo quest’ultima così vicina alla sua origine (tracier in antico francese « seguire la traccia », dal latino trahere). Non è detto che con il tempo tracking non si eliminerà da solo, traçage ( tracciamento ) o suivi potrebbero riprendere i loro diritti legittimi.

In ogni caso, attraverso questi due esempi si vede che la coppia scienza-media opera benissimo, per parole cadute nell’uso comune, poiché i media sono al centro della maggior parte delle problematiche quando non agiscono in modo esclusivo.

Lockdown o confinamento

Per esempio questo è il caso dell’adozione da parte dei nostri amici tedeschi e italiani della parola lockdown, mentre Francesi e Spagnoli adottavano più naturalmente due parole molto più antiche e radicate nella lingua: confinement e confinamiento.

L’Accademia della Crusca7 si è impegnata molto su questa questione ed ha ritracciato il percorso del lockdown, americano e non inglese, poiché l’inglese disponeva già della parola confinement avente esattamente lo stesso significato che in francese.

Lock associato a down fa la sua comparsa negli Stati Uniti nel corso del XIX secolo per indicare un particolare pezzo di legno utilizzato nella costruzione di zattere. Negli anni 1970 (prima attestazione nel 1971), sempre negli Stati Uniti to lockdown ha acquisito un altro valore semantico specifico dell’universo carcerale : “To confine all of the prisoners of (a prison, cell block, etc.) to cells for an extended period of time, usually as a security measure following a disturbance ; to confine (a prisoner) to a cell in this way”.

Se la parola appare a volte nella stampa italiana nel corso dei decenni seguenti, è sempre in rapporto con un avvenimento che ha luogo negli Stati Uniti.

Verso il 1980, il significato del verbo si generalizza per indicare una procedura utilizzata per assicurare la sicurezza in ogni situazione o ogni ambiente: “To contain, confine, shut off, or otherwise restrict access to, usually for security purposes” ("Contenere, confinare, chiudere o restringere in qualsiasi altro modo l’accesso, generalmente per fini di sicurezza"). Poi (1984), come sostantivo prende il significato di « A state of isolation, containment, or restricted access, usually instituted as a security measure; the imposition of this state ». Si applicherà all’informatica (« the restriction of access to data or systems ») e alla finanza.

Con questo significato legato ai problemi di sicurezza, il verbo e il sostantivo sono arrivati in Italia "attraverso la stampa". La prima attestazione data del 2001 e appare in un articolo di "Repubblica" nel quale figura una descrizione di New York in caso di ipotetico attentato dopo gli attacchi dell’11 settembre:

Giuliani ha un piano segreto, lo rivela in prima pagina il New York Post di domenica: in caso di attacco a New York o in qualunque altra cittàà americana, la "Grande Mela" verrà isolata dal resto del mondo per motivi di sicurezza. «Lockdown», tutto chiuso, era il titolo di prima pagina: ponti e tunnel bloccati, aeroporti fermi, scuole serrate, uffici deserti, cordoni di polizia attorno agli edifici federali e alla Federal Bank of New York, dove è custodita la più grande quantità di oro del mondo, mobilitazione dei pompieri, della polizia e degli ospedali, che dall’11 settembre non sembrano avere più un momento di pace. (Arturo Zampaglione, Un piano segreto di Giuliani contro il terrore a New York, “la Repubblica”, 8/10/2001)

Negli anni successivi le citazioni sono rare, si riferiscono sempre a un avvenimento che ha luogo in America del Nord (tentativo di attentato contro la Casa Bianca nel 2013, nel 2014 nuovo tentativo contro la Casa Bianca poi attentato contro il Parlamento di Ottawa, nel 2015 frequenti sparatorie che si verificano nelle scuole americane ), la parola lock down diventa sistematica, non è più sempre tra virgolette ma resta accompagnata da una spiegazione.

Ma il nome fa la sua entrata in Europa con l’attentato del 13 novembre a Parigi. Gli aggressori sono ricercati in Belgio, a Bruxelles. In questa occasione, la polizia belga, per ringraziare i giornalisti che hanno sospeso la diffusione di informazioni per non aiutare i terroristi, usa l’hashtag #BrusselsLockdown : da allora la parola non è più soltanto americana.

La parola è sempre più utilizzata negli anni successivi, molto spesso negli Stati Uniti, ma anche nella capitale del Pakistan, Islamabad, e in Germania, per minacce terroristiche, a Londra nel giugno 2017, quando un terrorista travolge la folla davanti al Parlamento con la sua automobile, ecc. La procedura del lockdown è dunque applicata in caso di avvenimenti che sono in un qualche modo legati a un contesto bellico, a attacchi terroristici.

Per tutto l’anno 2019, la procedura del lock down si è attivata per avvenimenti legati al terrorismo o semplicemente avvenimenti violenti. Nella stampa italiana sono riportati così: in aprile, l’allarme sempre presente in una scuola americana, in agosto, un massacro in un supermercato del Texas e una sparatoria a Filadelfia; nello stesso mese, a Londra, la Tate Modern Gallery è stata isolata, dopo che un bambino di sei anni è stato scaraventato da una terrazza e, in India, tutto il Cachemire è stato chiuso; in dicembre, sono stati sparati alcuni colpi a Pearl Harbor, nella base aeronavale di Pensacola e a Jersey City.

Nel gennaio 2020, brutale cambiamento di scenario. C’è un unico tema: l’isolamento e la chiusura delle attività di Wuhan nella provincia cinese di Hubei. Con la diffusione dell’epidemia di SRAS-CoV-2, la stampa anglofona ha usato la formula di cui ormai disponeva per indicare la serie di misure prese per arginarla.

Poi in marzo il Primo Ministro Giuseppe Conte annuncerà misure in tutta Italia per combattere l’epidemia di coronavirus che la stampa tradurrà con la parola lock down.

Sulla stampa italiana ne derivò un’esplosione dell’uso della parola lock down. Soltanto nel mese di marzo, su "Repubblica", si contano non meno di 167 citazioni, 99 su la "Stampa" e 20 sul "Corriere". In aprile, il numero di presenze su "Repubblica" raggiunge 871 (di cui 21 scritte con due parole staccate), sulla "Stampa" 520, mentre il "Corriere" si ferma a 68 ; il 20 maggio, su "Repubblica" ci sono già state 1415 citazioni, sulla "Stampa" 895, sul "Corriere" 145.

Tuttavia l’uso di lockdown non è esclusivo e la parola si trova in concorrenza con altre espressioni altrettanto pertinenti e che ne spiegano il significato come chiusura totale, chiusura di attività, serrata, blindatura, blocco, contenimento, isolamento, confinamento, che recuperano sfumature diverse: secondo l’Accademia della Crusca confinamento è la parola che recupera al meglio il significato di lockdown, il quale in qualche settimana è diventato la chiave di volta di tutto un edificio semantico.

Ci possiamo interrogare sulle circostanze che hanno portato la Francia e la Spagna a prendere una direzione completamente diversa su questo termine e a adottare senza esitazione la parola neolatina confinement. Ma ci sembra che, se la stampa italiana non avesse riassunto con la parola lockdown il 12 marzo 2020 l’annuncio del Primo Ministro Giuseppe Conte che parlava soltanto di "zona protetta" e di "regime di rigore", allineandosi con il canale americano CNN che l’aveva anticipata di qualche ora con il titolo « Italy in lockdown », possiamo pensare che il prosieguo sarebbe stato diverso.

Questi pochi esempi sono ben lungi dall’esaurire tutto l’argomento e occorrerebbero molte ricerche per un’analisi accurata dei pozzi linguistici. Ma ognuno è giudicabile con un’analisi sociologica particolare, tanto che molti anglicismi, prima di diventare eventualmente fenomeni di massa, come abbiamo appena visto, sono spesso in un primo tempo prodotti di nicchia. Riguardano dapprima un’attività marginale in cui, all’interno di comunità di progetto multilingue o non multilingue, si crea un vocabolario specifico fino al momento in cui l’attività cessa di essere marginale. Per questa ragione è necessaria una vigilanza terminologica a un livello di granulosità sottile, in modo che degli esperti nel loro settore abbiano la reazione del terminologo, come quel direttore di IBM France che ha stimolato la creazione della parola ordinateur ( computer ) in un’epoca in cui il micro-ordinateur non esisteva ancora.

Il mondo del lavoro ? Resiste o no ?

Se esaminiamo il mondo del lavoro, la pandemia ha provocato il rapido sviluppo di una pratica professionale un tempo marginale, il telelavoro. Oggi, nessuno avrebbe l’idea di diffondere la parola inglese telecommuting. Però il mondo del lavoro si trova oggi invaso da anglicismi di fronte ai quali i loro corrispettivi francofoni faticano a imporsi: coworking (cotravail), open space (paysager), desk sharing (bureau partagé), free seating (siège libre), free flotting (flotte libre), corner (stand, boutique, coin), concept store (boutique-concept), burn-out (épuisement au travail), bore-out (ennui au travail), food truck (bistrot ou resto ambulant), fast food (restauration rapide), business developer (responsable du développement), drive (achat au volant), customiser (personnaliser), ecc.

Il digitale in prima linea

Il campo dell’animazione e dei videogiochi non smette di stupire, perché la Francia in questo settore è al più alto livello mondiale, e si tratta di un settore che riguarda importanti fette di popolazione di tutte le età, non solo i giovani. Però, gli anglicismi sono presenti in grande quantità, ma anche i termini equivalenti assolutamente accettabili : casual game (jeu grand public) ; casual gamer (joueur occasionnel) ; casual gaming (pratique occasionnelle) ; first person shooter-FPS (jeu de tir en vue subjective-JTS) ; game level (niveau de jeu) ; game level designer ou level designer (concepteur de niveaux de jeu) ; hardcore gamer (hyperjoueur) ; hardcore gaming (pratique intensive) ; ecc.8

Abbiamo bisogno di capire. Non siamo più ai tempi di Etiemble, l’autore di Parlez-vous franglais?. Possiamo sempre fustigare l’imperialismo americano, sempre molto attivo, ma, dopo il Vietnam, l’Irak e l’Afghanistan, ha perso della sua superbia. Quanto alla società consumistica, anch’essa non gode di buona salute. Se si confronta la produzione di diossina di carbonio per abitante, gli Stati Uniti (14,61 t/hb), all’11e posto, sono superati dal Qatar (30,36), dal Kuwait (21,61), dagli Emirati Arabi Uniti (20,91) o dal Bahrein (19,97) e ne producono quasi il doppio della Germania (8,70), il triplo della Francia (4,56) e il doppio della Cina (6,68), che è messa sotto accusa, e dieci volte più dell’India (1,6)9.

Il minimo che si possa dire è che lo stile di vita americano non è l’avvenire del mondo.

Un criterio meno conosciuto è quello del numero di incarcerazioni nelle prigioni. Negli Stati Uniti è pari a 666 per 100 000 abitanti (un nero su 3 frequenterà un istituto penitenziario nel corso della sua vita), che supera Cuba con 510, la Russia (420). Il Canada, con 104, è sul livello dei paesi europei (Francia : 103, Germania : 77, Spagna : 128)10.

Tuttavia l’attrattività degli Stati Uniti resta notevole, se non intatta, soprattutto grazie alle GAFAM e al sogno del turismo spaziale. Niente di molto entusiasmante quindi. Possiamo anche vedere questa attrattività come sopravvivenza di un tempo ormai passato, il segno di un’inerzia di comportamento e di competenza che resiste portata da altre dinamiche che possono restare in gioco per decenni.

Poco importa che gli scienziati abbiano una lingua per comunicare tra loro, a condizione che non cancellino il lavoro e la creatività che si esprimono in altre lingue e non proiettino questa norma di comportamento sulla società, cosa che la maggior parte di loro fa. Si tratta di una forma di chiusura che si può trovare in altre consorterie importanti come i media, che spingono nella stessa direzione e che svolgono un ruolo cardine nell’anglicizzazione. Il ricorso non necessario all’espressione fact checking ne è un bell’esempio. Allo stesso modo, trattare mediaticamente del Covid 19 con il lessico degli attentati dell’11 settembre 2001, è un chiaro esempio di visione del mondo attraverso il prisma degli Stati Uniti. Ma un tale atteggiamento può essere cambiato da un giorno all’altro. Basta volerlo.

Christian Tremblay

1Sul progetto di nuovo dizionario degli anglicismi (https://nda.observatoireplurilinguisme.eu) sviluppato in collaborazione con il nostro interlocutore italiano https://aaa.italofonia.info/ nell’attesa di un’estensione del progetto con un interlocutore tedesco ed uno spagnolo.

2« Indépendance » de la nation, F. Perroux, Aubier-Montaigne, 1969

3Nos ancêtres les Arabes, ce que notre langue leur doit, Jean Pruvost, 2017, Jean-Claude Lattès, 318 p.

4Fabrice Arfi, « Le journalisme d'investigation existe-t-il encore en France ? » [archive], conferenza del 20 maggio 2014 all'École Militaire su invito dell'ANAJ-IHEDN, a partire da 2 min 40 s.

5https://nda.observatoireplurilinguisme.eu

6Clusters and the New Economics of Competition, Harvard Business Review, nov-dec. 1998, https://hbr.org/1998/11/clusters-and-the-new-economics-of-competition

7https://id.accademiadellacrusca.org/articoli/litaliano--uscito-dal-lockdown/473

8Lista tratta da https://www.developpez.com/actu/129316/Jeux-video-une-nouvelle-liste-d-anglicismes-que-vous-ne-devez-plus-utiliser-en-francais-a-ete-publiee-au-Journal-Officiel-de-la-France/ ma che è ripresa dal lavoro delle commissioni per l’arricchimento della lingua francese i cui risultati sono pubblicati sulla gazzetta ufficiale, in particolare al link: https://www.legifrance.gouv.fr/jorf/id/JORFTEXT000034391219

9https://fr.m.wikipedia.org/wiki/Liste_des_pays_par_%C3%A9missions_de_dioxyde_de_carbone_par_habitant

10https://fr.m.wikipedia.org/wiki/Liste_des_pays_par_population_carc%C3%A9rale