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Sovranità linguistica ? (II)


Ultima modifica: 6 Set 2020

Nel nostro precedente editoriale, abbiamo evidenziato che la lingua non era assolutamente solo il mezzo di comunicazione che una concezione ristretta della lingua è riuscita a imporre, ma abbiamo messo in luce il potere immenso che ha sempre rivestito.

L’idea di riavvicinare « sovranità » e « lingua » può sorprendere nella misura in cui la sovranità è molto semplicemente il fondamento delle relazioni internazionali e l’ONU è fondata sull’uguaglianza sovrana di tutti i suoi membri. Ma dal momento in cui si parla di « Europa sovrana », di « sovranità digitale », evocare la « sovranità linguistica » non è un’esagerazione. A condizione certamente di riuscire a definire il concetto.

Dopo più di mezzo secolo di vassallaggio1, davanti all’enorme potere di coercizione accumulato dagli Stati Uniti nei loro confronti, i paesi europei cominciano a dirsi che forse l’idea di sovranità ha un senso. Talvolta lo si può mettere in dubbio. Quando si viene a sapere che la Polonia è pronta a pagare la maggioranza delle spese per accogliere sul suo territorio le forze armate americane (la Russia ha un PIL compreso tra quello della Spagna e quello della Francia e un bilancio militare appena superiore a quello della Francia, pari a un decimo di quello degli Stati Uniti), ci si può fare delle domande. Ma dopotutto, possiamo sperare che poco a poco i paesi europei finiranno per uscire dal loro letargo, per riprendere la loro posizione in un mondo che gli sta sfuggendo.

Questo potere di costrizione ha anche una dimensione linguistica che nel passato non esisteva.

Il rapporto con la lingua è cambiato molto nel XIX e XX secolo con l’implosione degli imperi multinazionali e multilingui. Trattandosi della Francia, fino ala Rivoluzione non si può dire che i sovrani abbiano avuto politiche linguistiche. Contrariamente alla vulgata linguistica che oggi si diffonde, l’affermazione del francese non è stata causata dall’imperialismo monarchico, ma dalla necessità di sviluppare una lingua scritta che potesse non sostituire il latino ma svolgere il ruolo che esso aveva potuto occupare nella società e che si era ampiamente perso sulle rovine dell’Impero romano. E occorre vedere nell’ordinanza di Villers-Cotterêts prima di tutto una legge sull’organizzazione dell’amministrazione e della giustizia, con una componente linguistica ispirata dalla necessità di amministrare la giustizia in una lingua che fosse comprensibile per tutti. Essa stabilisce all’articolo 111 che tutti gli atti legali e notarili siano d’ora in poi redatti in « lingua madre francese e in nessun’altra lingua ». Si potrebbe d’altronde vedere in questo articolo la prima definizione che sia stata data di quello che si chiama oggi una lingua ufficiale. Molto più tardi, con le leggi Jules Ferry sulla pubblica istruzione, in un’epoca in cui circa la metà della popolazione francese non sapeva né leggere né scrivere, con grandi variazioni da un dipartimento all’altro, l’imperativo era di alfabetizzare la popolazione.

Linguaggio e identità

Nello stesso tempo, a partire dal XIX secolo con gli inizi dell’industrializzazione e il risveglio delle nazionalità la lingua diventa realmente il primo marcatore d’identità.

Oggi si prende a poco a poco consapevolezza che si esiste individualmente e collettivamente attraverso la lingua.

Questa presa di coscienza progressiva si oppone a un certo universalismo dilagante, sommario e riduttivo, che vorrebbe fare credere che si può dire tutto con una sola lingua e che non importa quale essa sia, fosse anche quella del potente del momento, poiché ne abbiamo una sola.

Come l’antropologia ci fa capire, la rinascita delle identità culturali è un puro prodotto della società della comunicazione. L’utopia della comunicazione generalizzata dà luogo non a un’armonia generalizzata, ma alla presa di coscienza delle identità, che può prendere forme radicali, per aggravamento di una ricerca identitaria smarrita.

In L’identité culturelle2 Sélim Abou associa l’aspirazione all’identità al « bisogno più costitutivo della persona umana: quello del riconoscimento ». Per lui il processo di riconoscimento è situato al « crocevia di tre potenze simboliche che sono il desiderio, il potere e il linguaggio. »... « Il linguaggio è quello che esprime l’obiettivo del desiderio e del potere e assegna al riconoscimento la sua ultima finalità : quella di essere, in ogni momento dell’esistenza e anche al termine di essa, un trionfo della vita sulla morte, del senso sul non-senso. »

In qualità di teorico della comunicazione Dominique Wolton in un suo recente saggio, Vive l’incommunication, la victoire de l’Europe, spiega prima di tutto che l’informazione non è la comunicazione, e che l’utopia della comunicazione si scontra con un fenomeno più importante che egli chiama « incomunicabilità » che fa della comunicazione un tentativo permanente di negoziare non soltanto degli interessi, ma anche delle percezioni, delle visioni differenti.

Ogni conversazione fra più individui è un negoziato sul senso che si dà alle cose e l’interesse della conversazione, quello che si aspettano da essa interlocutori e attori, che consiste nel guadagno di significato. Il risultato di una conversazione riuscita è un arricchimento che dovrebbe essere reciproco, ma che non lo è sempre se uno degli attori, per sordità o per orgoglio, tiene assolutamente ad avere ragione, il che è forse vero, ma soprattutto a farlo sapere.

Il linguista Alain Bentolila ha felicemente intitolato uno dei suoi recenti articoli che vi consigliamo vivamente3 « Il bambino non impara a parlare quando cresce, è il linguaggio che lo fa crescere ». Vale a dire che per il bambino il linguaggio è prima di tutto una conquista. Guardate ed ascoltate il bambino di due anni che si avvicina a voi e che si mette a gorgogliare dei suoni che lui vorrebbe fossero parole. Non vi chiede di insegnargli a parlare, ma cerca prima di tutto di farsi capire. E si sentirà vincente quando vedrà che voi avete capito quello che voleva dirvi.

Una buona conversazione, come un negoziato riuscito, è una conquista. Se si analizza una conversazione che non sia strettamente utilitaristica, ci si accorge che una parte è dedicata ad assicurarsi che l’interlocutore comprenda la stessa cosa di voi e viceversa. Un’altra parte verte sull’esplorazione di ambiti che hanno una loro parte non compresa e tutto il sale della conversazione viene dal fatto che questi aspetti sconosciuti non sono gli stessi per ogni interlocutore. Infine una terza parte della conversazione verte sul progresso realizzato da ogni interlocutore grazie alla conversazione. E la sensazione di questo progresso è fonte di un’immensa soddisfazione. Certo, in una conversazione reale, tutti questi elementi sono mescolati, ma sono comunque attivati a livelli variabili durante lo svolgimento della comunicazione.

Occorre notare anche che le differenze di livello di comprensione e le parti non comprese hanno due origini.

Prima di tutto ognuno porta con sé per tutta la vita una sorta di corpus che è in continua evoluzione, fatto di storie personali di ogni tipo in contesti sociali definiti, di letture, di contatti con la natura e con gli altri, di sensazioni, di sentimenti, di emozioni, di passioni, di ricordi, di suoni, di visioni, di sogni, ecc. Questo corpus, che è contemporaneamente stabile e in evoluzione, costituisce l’identità individuale e collettiva, perché non esiste identità individuale che non sia anche collettiva.

Ognuno porta con sé anche una certa visione del mondo, del mondo che lo circonda e del mondo più lontano. E la vita in società è fatta di questo perpetuo adattamento di visioni del mondo diverse a diversi livelli.

Quello che è vero a livello individuale lo è evidentemente a livello collettivo.

A livello collettivo la conoscenza assoluta è irraggiungibile, e assolutamente irraggiungibile. Abbiamo studiato che generazioni di filosofi ci insegnano che il mondo è infinito e infinitamente in espansione. Il che significa che il sapere universale, anche unendo tutti i sapienti del mondo, è puramente e semplicemente impossibile e non sarà mai possibile. Se qualcuno ne dubita, un esempio che vivono oggi miliardi di esseri umani ce lo ricorda. Prima che il coronavirus cominciasse a diffondersi, era sconosciuto e non esisteva, in ogni modo non esisteva nella sua forma attuale. Dunque, per noi, si potrebbe dire che il mondo cambia a vista d’occhio. E decine di migliaia di ricercatori nel mondo si mobilitano per imparare a conoscerlo e per trovare farmaci e vaccini. In attesa del prossimo virus.

Non è dunque anomalo che le visioni del mondo a livello individuale e collettivo differiscano da un individuo a un altro, da un popolo a un altro. Non c’è differenza di natura tra il livello individuale e quello collettivo. Semplicemente a livello collettivo la complessità è infinitamente più grande che a livello individuale, il quale però è già estremamente complesso.

Collettivamente come individualmente, ci sono identità aperte o chiuse. C’è una relazione stretta tra identità e alterità. Un’identità ben formata, esente da minacce o da percezione esagerata di minacce, è una sicurezza di apertura all’altro. Un indice abbastanza evocativo a livello collettivo è la proporzione di libri tradotti nei diversi paesi. Stati Uniti: 0,7 %, Francia : 15 %, Germania : 11 %4. Riflettiamoci.

Raggiungiamo completamente la nozione sviluppata da Dominique Wolton d’incomunicabilità. Tutta la parte d’indeterminatezza e d’incertezza che caratterizza ogni conversazione, come ogni negoziato, aumenta la sua complessità insieme al livello al quale è collocata. Pensiamo al governo di un paese, ma anche al governo di un insieme di paesi come l’Unione Europea. Ed effettivamente l’incomunicabilità è il terreno del negoziato per trovare gli aggiustamenti che ci faranno avanzare collettivamente, a condizione che ne abbiamo voglia. È un’avventura umana assolutamente incredibile, nella quale indiscutibilmente l’Europa è obiettivamente leader nel mondo di oggi, anche se non se ne rende conto.

Ora possiamo ritornare al linguaggio e alla sovranità.

Linguistica e comunicazione

Il linguaggio è prima di tutto il potere di chiamare le cose. In principio era il Verbo. E non è cosa da nulla. Dopo viene lo scambio, perché, se non c’è niente da dire, non c’è niente da scambiare.

Può sembrare evidente. Eppure non è chiaro per tutti. Abbiamo visto che molti linguisti, e non dei meno importanti, negli anni ottanta erano entrati nell’orbita della teoria matematica della comunicazione. Oggi sembra che si stia facendo il percorso inverso. Poiché le teorie dell’informazione della comunicazione hanno mostrato i loro limiti, esse scoprono la questione linguistica in tutta la sua profondità, e Dominique Wolton è una buona dimostrazione della strada percorsa e di quella che resta da percorrere.

In un articolo pubblicato dal quotidiano La Croix5, una riflessione ci ha fatto pensare.

« Nel giro di qualche mese, questi nuovi termini si sono imposti nella nostra vita quotidiana. Secondo la semiologa Mariette Darrigrand, questo si spiega con la portata storica di questo nostro periodo : «In un momento di crisi, abbiamo bisogno più del solito di creare termini capaci di dare significato a ciò che accade. Ciò è tanto più vero nella crisi che attraversiamo ora poiché, rispetto al 2008, la crisi è generalizzata e multidimensionale. L’ampiezza del rinnovamento è tale che viviamo un cambiamento di paradigma, cioè di grammatica, di modello linguistico, con un vero sforzo lessicale.. »

Simbolo per eccellenza del rinnovamento del linguaggio, la parola « cluster » è sulle labbra di tutti. E se il suo significato possiede ormai una connotazione negativa, non è sempre stato così : « Il cluster è una parola molto antica, che viene dalle lingue sassoni. In un prima tempo rappresentava la fertilità della natura, capace di riprodursi, come in un grappolo d’uva. Metaforicamente il termine è stato poi utilizzato per indicare un gruppo di persone. Negli anni 1990 questa parola è stata modernizzata per essere applicata al mondo delle start-up riunite in grappolo intorno alla Silicon Valley. Questo uso è stato anche teorizzato dal professore di strategia Michael Porter nel suo libro Clusters and the New Economics of Competition », precisa Mariette Darrigrand. »

Incomunicabilità e metafora

In verità quel che la semiologa non vede o non dice, è che se la parola cluster può avere in inglese un valore metaforico, in francese perde questo valore, così come in tutte le altre lingue in cui non si è radicato, e, se anche succede, il valore metaforico non sarà lo stesso. Il valore metaforico non è in alcun modo automaticamente trasferibile da una lingua all’altra. Dunque, per un francese cluster non significa niente a priori, fino a che la parola non sarà entrata nelle teste a forza di ripetizioni mediatiche.

E niente può giustificare un passaggio dall’inglese al francese dal momento che la dimensione metaforica è già la caratteristica della parola foyer ( focolaio ), che, usato da lunga data da parte degli scienziati per le epidemie, si basa sulla metafora abbastanza evidente del fuoco e del luogo a partire dal quale esso si sviluppa. La parola foyer mostra metaforicamente la realtà dello sviluppo patologico meglio di quanto non possa farlo una parola precisamente sprovvista di senso metaforico, una parola per così dire in codice, come il codice di un prodotto chimico. Se la parola cluster sostituisce nel mondo scientifico la parola foyer, non è per una ragione semiotica o scientifica, è semplicemente perché la parola è inglese e la maggior parte degli articoli scientifici sono redatti oggi in inglese. Nulla può giustificare il fatto che la lingua franca usata dagli scienziati ricada sull’uso comune. Cartesio era molto più saggio: aveva pubblicato il suo Discours de la Méthode in francese per il grande pubblico colto della sua epoca che non capiva più il latino, poi lo aveva tradotto in latino per tutti quegli scienziati che non capivano il francese.

La semiologa indica che la parola cluster era già usata in astronomia. Da parte nostra, abbiamo scoperto che negli anni ottanta la parola cluster indicava i blocchi di dati sugli hard disk dei computer, anche se la parola francese era ancora in uso nei manuali informatici. In seguito, la parola è stata riutilizzata per indicare i gruppi di computer. Poi, l’abbiamo ritrovato negli anni 2000 per sostituire in economia la nozione di polo di sviluppo o polo di competitività, in seguito a un articolo (e non al libro) pubblicato da Michael Porter, professore a Harvard. Ma il concetto di polo di sviluppo, leggermente trasformato nella legge francese nel 2005 in polo di competitività, era stato inventato cinquant’anni prima dall’economista, storico e filosofo francese François Perroux, il cui principale punto debole era di non essere americano. La potenza metaforica del termine polo non può sfuggire a nessuno, potenza di cui ancora una volta è totalmente sprovvisto il termine inglese cluster, al di fuori del campo della lingua inglese6.

Ancora più inquietante è l’abbandono da parte dei nostri amici italiani, in modo più sistematico che in Francia, di parole comuni della loro lingua a beneficio di parole inglesi per indicare situazioni estremamente comuni. Così la parola confinement, in italiano confinamento, ha ceduto all’inglese lockdown.

Se Michel Serres fosse ancora tra noi, siamo certissimi che vedrebbe in questo fatto un incomprensibile avvilimento.

È ovvio che la lingua non si gestisce per decreto e che le politiche linguistiche sono efficaci soltanto se in sinergia con l’uso.

La sostituzione di una lingua intrinsecamente metaforica, e che trae la sua potenza dalla metafora, con una lingua franca, lingua asettica, fosse anche utilizzata dalla comunità scientifica, è un’aggressione alla lingua, non un arricchimento. Infatti l’inglese scientifico assomiglia all’inglese, ma non è inglese. È una lingua di servizio, nel senso che gli hanno dato Heinz Wismann e Pierre Judet de La Combe7, strettamente sottoposta all’utilità immediata, ma invasiva, per la sola forza dei media e del cattivo esempio dato da una parte delle nostre élites. È una lingua rappresentativa della società tecnica e dell’ideologia manageriale da cui bisogna liberarsi urgentemente.

Questa società tecnica e la sua ideologia hanno la naturalezza dei rapporti di forza. La consapevolezza di sé e l’attaccamento a istinti vitali sono forze altrettanto naturali, che si possono opporre a loro traducendole in coscienza civica e linguistica. Non c’è niente di più legittimo. La sovranità linguistica, come noi cerchiamo di definirla qui, prende origine proprio a livello di coscienza individuale. Nelle nostre democrazie, è il popolo a essere sovrano, dunque è necessario cominciare dal cittadino.

Azioni e politiche sovrane

Ma il potere politico e, in senso generale, le autorità pubbliche hanno evidentemente un loro ruolo da svolgere. E il primo ruolo, prima di ogni regolamentazione o direttiva, è l’esemplarità. Su questo piano, ci sarebbero molte cose da dire che superano ampiamente i limiti di questo articolo.

Ma i poteri pubblici possono certamente prendere decisioni di grande portata, che possono a loro volta avere effetti imponenti sugli usi e sui comportamenti.

Faremo due esempi molto notevoli.

Il primo è quello della Corte Costituzionale italiana in una pronuncia fondamentale emessa nel 2018, nella quale la Corte dichiara l’incostituzionalità di pratiche come quelle portate avanti dall’Istituto politecnico di Milano che aveva deciso di passare all’uso esclusivo dell’inglese in tutte le formazioni dispensate a partire dal master. Riportiamone un brevissimo estratto:

« I fenomeni di internazionalizzazione non devono costringere la lingua italiana "in una posizione di marginalità" : al contrario, e precisamente a causa della loro affermazione, il primato della lingua italiana non solo è indefettibile sul piano costituzionale ma – lungi dall’essere una difesa formale di un patrimonio del passato, incapace di cogliere i cambiamenti della modernità – diviene ancora più decisivo per la trasmissione continua del patrimonio storico e dell’identità della Repubblica, e anche una garanzia di tutela e di valorizzazione dell’italiano come bene culturale in sé. »8

Il secondo esempio vale soprattutto per il futuro.

La traduzione automatica ha fatto il suo ingresso silenziosamente sul sito della presidenza tedesca dell’Unione europea9. È una piccola rivoluzione e noi nutriamo grandi speranze sullo sviluppo della traduzione automatica nella gestione delle lingue a livello delle istituzioni europee. Non ignoriamo che la traduzione automatica in questi ultimi anni ha fatto progressi notevoli, ma non al punto di dispensarsi da ogni rilettura dei documenti pubblicati. Ora, a parte i testi in tedesco, inglese e francese, che sono degli originali, per le altre lingue viene proposto agli utenti di Internet direttamente il risultato dell’elaborazione informatica. Perciò l’OEP lancia un appello ai suoi utenti di Internet per partecipare a una valutazione di questa esperienza. Sappiamo benissimo che alla fine di questo percorso potrà essere rimesso in discussione l’obbligo che oggi hanno tutti i redattori all’interno delle istituzioni di scrivere in inglese. I redattori teoricamente potrebbero scrivere nella loro lingua madre e produrre le traduzioni nelle altre lingue europee che conoscono. Le conseguenze di questi cambiamenti di pratiche sarebbero notevoli, grazie al ribilanciamento che potrebbe risultarne tra le lingue ufficiali della UE, cosa che porrebbe fine al dominio completamente abusivo dell’inglese.

Restiamo nella traduzione automatica: se ne viene fatto buon uso, essa può anche rovesciare l’habitus nel mondo scientifico a causa del quale oggi l’80 %, e in certi settori il 100% delle pubblicazioni, sono scritte in inglese. Questa abitudine sarebbe anche rimessa in discussione dallo sviluppo della traduzione automatica. Un ricercatore, Nicolas Bacaer, si è lanciato nella traduzione di articoli scientifici e li ha pubblicati10 su Internet con libero accesso: qui allegato ne trovate un esempio. Egli apre una prospettiva assolutamente ragionevole e realista.

Sotto il titolo generale « Quando l’Europa si sveglierà ! » avevamo sottotitolato la Lettera N° 71, « ritrovare l’uso della parola ». Perseguivamo certamente il suo potere di dare un nome alle cose e la sua capacità di reinterpretare il mondo. Oggi non c’è niente di più necessario.

1Cf. Zbiniew Brzezinski, Le Grand Échiquier, Payot, 1997

2Sélim Abou, 1981, Éditions Antropos, collection Pluriel, Paris, p. 17

3https://www.observatoireplurilinguisme.eu/dossiers-thematiques/education-et-recherche/88888982-sp-798/14101-l%E2%80%99enfant-n%E2%80%99apprend-pas-%C3%A0-parler-en-grandissant,-c%E2%80%99est-le-langage-qui-le-fait-grandir-alain-bentolila

4Index translationum, Unesco, ultimo anno noto 2007-2008.

5https://www.la-croix.com//Culture/Coronavirus-cluster-tracking-Langlais-sest-impose-langue-crise-2020-08-19-1201109849

6Christian Tremblay, 2012, « le concept de cluster : un exemple de rupture mémorielle », dans Terminologie (II), comparaisons, transferts, (in)traductions, éd. Jean-Jacques Briu, Peter Lang

7L’Avenir des langues, 2004, Les éditions du Cerf, Paris